FOGLI E GRAMMI

MISURE POSTALI DIVERSE NELL’ITALIA PREUNITARIA 

 Chi si occupa di studiare tariffe e tassazioni in periodo prefilatelico sovente si ritrova con il non semplice problema di dover ricostruire la tariffa di una missiva che transitava per uno o più stati prima di arrivare a destinazione. Convenzioni postali non sempre di facile reperimento, conversione di valute e ricostruzione del percorso rappresentano le affascinanti sfide che il buon collezionista si prefigge di superare prima di inserire un oggetto in collezione. 

Variabile aggiuntiva è rappresentata dal Regno delle Due Sicilie che, a differenza degli altri stati preunitari, adottava il sistema di tassazione della corrispondenza in ragione del volume quantificato come numero di fogli invece di basarsi sul peso. Tale differenza ha creato qualche grattacapo non solo ai vari collezionisti del settore ma soprattutto a chi all’epoca doveva spedire o ricevere corrispondenza e, non per ultimo, alla stessa Amministrazione Postale napoletana. 

Mi è stato mostrato da un Amico (che ringrazio sentitamente per avermene permesso la pubblicazione su questa rivista) questo piego, datato 16 febbraio 1827, a causa del particolare metodo che è stato eseguito dal mittente per piegare il foglio in modo che apparisse come una busta. 

Recto
Verso

Ho inizialmente tentato di decifrare i segni postali della particolare lettera: la “busta”, spedita dal Lombardo Veneto (bollo nero in cartella di Milano sul fronte) ha transitato per l’intera penisola fino a giungere a Napoli; lì venne apposto il bollo datario su 2 righe del 3 marzo, il bollo ovale AGDP (Amministrazione Generale Delle Poste) e venne indicata la tassa che sarebbe stata versata a favore dell’Amministrazione Postale napoletana per lettere di 1 foglio con provenienza da Stati della penisola italiana (15 grana). 

Giunta a Palermo, venne impresso un altro bollo datario che si intravede sulla chiusura della lettera ed inoltre il bollo circolare MSG / AMM (Marchese San Giacinto / Amministrazione) che, come l’AGDP napoletano, contrassegnava l’avvenuta tassazione da parte di un ufficiale postale. Arrivata in Sicilia, vennero chiesti al destinatario 24 grana, somma della tassazione napoletana e di quella siciliana. 

 Leggendo con attenzione il contenuto, mi sono soffermato su un’interessante indicazione che documenta perfettamente la discrepanza di misure postali. Il mittente, infatti, tiene a scrivere: “…vi prego di scrivere con carta fina la vostra lettera mi tocca pagarvi l’importo doppio perché qui si pesano…” ricordando all’amico l’utilizzo di carta leggera per scrivere la risposta a questa missiva così da non dover pagare molto alla ricezione. 

In effetti, viene da sé che i fruitori del servizio postale napoletani non prestavano attenzione al peso della carta proprio perché non avevano la necessità di corrispondere una tassa in base al peso. Ma, all’epoca, tale differenza mise in difficoltà le varie Amministrazioni postali ed 

in particolar modo, quella napoletana che doveva corrispondere agli stati di transito una somma calcolata in ragione del peso delle lettere. 

Proprio per tal motivo, nel 1820 fu emesso un apposito decreto che aumentava la tassa per lettere che provenivano dall’estero (la tariffa per lettere di un foglio passò da 10 a 15 grana). Riporto parte del Decreto del 24 aprile 1820 in cui si sottolinea la motivazione dell’aumento tariffario: 

[omissis] 

Considerando che coll’esperienza di quasi due anni si è costantemente osservato che l’applicazione della tassa ordinata col citato descritto articolo (cfr. Decreto 30 giugno 1818) alle lettere di varie dimensioni di alcune delle accennate provegnenze non dà il pieno delle somme che a ragion di peso sulle lettere in massa pagansi dell’amministrazione generale delle poste, per mezzo del Governo pontificio, alle poste austriache; poiché la carta di cui si fa uso per la corrispondenza in alcuni Stati esteri, essendo di un peso maggiore di quello che ha la carta degli altri Stati, la ripartizione della tassa ad oncia sulle lettere di dimensione non si trova in proporzione dell’effettivo peso delle stesse. 

Considerando che per ovviarsi nel tratto successivo all’immancabile perdita che per effetto della cennata tariffa l’amministrazione delle poste soffre, sia indispensabile la rettifica di una parte della tariffa medesima; 

[omissis] 

Tale differenza di misure postali si protrasse anche dopo l’unificazione degli stati della penisola italica per poi scomparire dal 1°gennaio 1863.

Da Il Foglio n. 195

REGNO DI NAPOLI: DIFETTI DI INCISIONE DEL FRANCOBOLLO DA 2 GRANA

I TAVOLA – POSIZIONE 10 DEL GRUPPO DI 100 DI SINISTRA

Alla posizione 10 del gruppo di 100 di sinistra del 2 grana della I tavola risponde una quotazione di gran lunga superiore alle altre catalogate. Potrebbe sembrare una di quelle discrepanze illogiche di cui abbondano, purtroppo, i cataloghi sotto la spinta di forze collezionistiche e commerciali, ma nel nostro caso così non è come dimostra una corretta analisi di dati oggettivamente rilevabili. Difatti occorre tenere presente che per questa “posizione”, poiché l’incisore ha erroneamente riportato più in alto il disegno del francobollo, viene mantenuta sul bordo del foglio la primaria incisione sia del triangolo superiore destro che di parte della scritta “POSTA” e quindi le suddette caratteristiche sono riscontrabili solo in esemplari con ampio bordo di foglio, condizione non comune in considerazione sia della separazione effettuata con taglio lineare e sia della conseguente “tosatura” dei bordi.

Comunque, abbandonando gli aspetti commerciali che pur devono essere tenuti in conto considerato che gli oggetti collezionistici seguono le leggi di mercato, passo ai più interessanti aspetti tecnici riportando le caratteristiche univoche che consentono, peraltro abbastanza agevolmente, di “plattare” la posizione 10.

I due francobolli che mostro in questa scheda non presentano ampio bordo di foglio superiore ma parimenti identificabili per “posizione 10” essendo rilevabile una porzione, seppure modesta, del triangolo superiore destro e l’originaria incisione della linea di riquadro verticale destra. 

Altri segni sono peraltro rilevabili come peculiari di questa posizione. Ne riporto quelli di maggiore evidenza perché il collezionista neofita possa agevolmente procedere ad una certa identificazione di una delle posizioni più appariscenti, e forse la più affascinante, di questo gruppo:

1. Segno della rulletta a destra a “scalino” (all’altezza di “N” di “NAPOLETANA”).

2. Striature verticali subito sopra la dicitura “…LO DELLA”.

3. Linea di colore verticale al di sotto di “DELLA”.

4. Striature più sottili all’interno del disegno del “cavallo sfrenato”.

5. Diffuse striature a destra nella zona di interspazio di gruppo.

Da “Il Foglio” n. 190

REGNO D’ITALIA – PROVINCE NAPOLETANE 1862 UNA INTRICATA QUESTIONE TARIFFARIA

La necessità per il conquistatore d’imporre la propria legislazione presentandola come continuità del passato genera per propria natura ambiguità e contraddizioni, a volte sottili, a volte eclatanti, fino all’assurdità.

Con tale premessa sullo sfondo di un regno conquistato ma poco incline all’accettazione del nuovo ordinamento, possono spiegarsi anche alcune problematiche postali altrimenti di impossibile soluzione. I cambi tariffari producono quasi sempre interessanti oggetti postali ma, soprattutto, quando le nuove disposizioni sono enunciate così da lasciare spazio per interpretazioni diversificate o comunque tali da produrre incertezza non solo agli utenti quanto agli stessi addetti preposti al controllo della corretta applicazione.

Caso emblematico la situazione postale delle Province Napoletane nel periodo di unificazione monetaria al Regno d’Italia. Come riportato nel “Bullettino Postale” n. 8 dell’agosto 1862, i francobolli per le Province Napoletane con valore in moneta borbonica, in uso dal marzo del 1861 (decreto luogotenenziale n. 155 del 6 gennaio 1861 a firma gen. Farini), vengono posti fuori corso con decorrenza 1 ottobre 1862 e contestualmente introdotti, per l’affrancatura delle lettere, i francobolli in lira italiana. La disposizione che riporta il cambio dei “vecchi” francobolli in grana, già dal 15 settembre dello stesso anno e ne allunga la validità fino al 15 ottobre, risulta nel contenuto, come scrive Alfredo E. Fiecchi (1), inesatta e contraddittoria.
Il predetto decreto in merito all’equivalenza moneta borbonica / italiana per il cambio dei francobolli in tornesi e grana dispone:
½ tornese = 1 centesimo;
½ grano = 2 centesimi;
1 grano = 5 centesimi;
2 grana = 10 centesimi;
5 grana = 20 centesimi;
10 grana = 40 centesimi;
20 grana = 80 centesimi;
50 grana = 10 francobolli da 20 centesimi oppure 5 da 40 centesimi.

Mentre gli addetti postali devono districarsi con la nuova valuta, si aggiunge l’ambiguità del regolamento in merito alla tariffa da applicarsi. Infatti, la tariffazione delle lettere rimane quella regolamentata dall’antecedente normativa (decreto luogotenenziale n. 156 del il 6 gennaio 1861 a firma dello stesso Farini) che dispone

Tutte le tariffe sancite dalle leggi e decreti predetti saranno in vigore dall’epoca suddetta in queste province, colla sola differenza che la tassa da un luogo ad altro delle province napoletane è mantenuta conforme all’ ultima tariffa”,

aggiungendo immediatamente dopo

cioè in moneta napoletana di grana due per ogni porto semplice, qualora la lettera sia preventivamente affrancata, e di grana tre quando la tassa sia pagabile dal destinatario”.

L’ultima tariffa cui fa riferimento il predetto decreto é quella disposta da Ferdinando II di Borbone il 5 luglio 1857 (confermata con il RD del 28 settembre 1857 ed entrata in vigore il 1 gennaio 1858, data anche d’introduzione dei primi francobolli nei Domini al di qua del Faro), per la quale i porti delle lettere sono da conteggiarsi in base al numero di fogli per missive fino a 2 fogli, ed in base al peso se superiori a 2 fogli. Evidente la contraddizione in riferimento al “porto” che non si comprende se da individuarsi secondo il sistema sardo-italiano in base a scaglioni di peso oppure secondo il sistema borbonico del numero di fogli.

Documentano la ambivalente interpretazione due pieghi spediti nel dicembre 1862, inviati da Napoli, diretti all’interno delle Province Napoletane e non assoggettati a tassazione dal preposto ufficiale postale.

Il primo, con partenza l’11 dicembre, viene affrancato per 20 centesimi e, sebbene il manoscritto interno ci confermi che conteneva un documento allegato (da testo interno: “… mi si è voluto far firmare l’atto, che v’incarto, …”), non ci è dato di sapere se la missiva fosse composta di 1 foglio e mezzo oppure 2 fogli.

In base al calcolo della tariffa, 20 centesimi corrispondevano sicuramente a 2 porti… ma il mezzo foglio è una frazione di porto oppure un porto intero se conteggiato in aggiunta porto semplice?

Il secondo, inoltrato il 27 dicembre 1862, é affrancato per 15 centesimi ed anche questo contenente un allegato (da testo interno: “… con la discussione della vendita del fondo per tutto l’anno 1862 …”) quindi superiore al porto semplice e dunque evidente l’applicazione, interpretando alla lettera la disposizione in corso, della vecchia tariffa di 3 grana per lettere da 1 foglio e mezzo. Quest’ultimo piego ci fornisce la certezza sulla missiva riprodotta in precedenza (affrancata per 20 centesimi), che doveva essere di 2 fogli corrispondenti ad un effettivo doppio porto.
La tariffa da 15 centesimi nel periodo ottobre – dicembre 1862 non viene riportata da alcun catalogo e, fino a poco tempo fa, le lettere affrancate con tale tariffa considerate genericamente come una sorta di anticipazione della tariffa vigente dal 1 gennaio 1863 con la contestuale emissione del francobollo da 15 centesimi. Solo Franco Filanci nel 1990, la riporta, fra l’altro definendola “… Un’anomalia tra le più notevoli di questo periodo iniziale, che però nessuno mi risulta abbia finora segnalato …”. Sono certo che se analizzati in tale ottica i documenti finora accantonati e i nuovi ritrovamenti potranno acquisire valore di non scarsa importanza per documentare un periodo storico, oltre che storico postale, di grandissimo interesse per lo studioso e il collezionista.

NOTE:
(1) A. FIECCHI: in Filatelia n. 1 pag. 19: “E’ raro, anzi rarissimo, rintracciare, nell’epoca in cui fu redatta la disposizione di servizio, prosa più inesatta e contraddicente”
(2) F. FILANCI: in “Memorie dell’Accademia Italiana di Studi Filatelici e Numismatici” vol. IV fs. 2

Da “La Soffitta” n. 70

Lo SVOLAZZO di BENEVENTO

Ricordando un Maestro

Tra i collezionisti filatelici e storico-postali che si interessano del Regno delle Due Sicilie, Benevento ha suscitato da sempre grande interesse a causa delle vicende storiche che lo hanno interessato durante il periodo del Regno. Difatti, sebbene nel 1815 con il congresso di Vienna divenne enclave pontificia all’interno del Regno borbonico, ha continuato ad avere forti legami con il Ducato napoletano. Si produssero così casistiche e risvolti postali di cui già grandi ed autorevoli esperti ne hanno descritto e studiato (ad es. “I bolli del Lazio dalle origini alla fine del XIX secolo” di M. Gallega ed. Italphil, “I francobolli del Regno di Napoli ed i due provvisori da mezzo tornese del 1860” di E. Diena ecc…). Riporto un passo dell’articolo dell’esperto e perito G. Chiavarello “Benevento 1815-60”, pubblicato nella rivista Filatelia n.79, che rispecchia, con pacato ma sentito campanilismo, la singolarità dell’enclave beneventana:

I Beneventani venivano a Napoli per i loro acquisti, per gli spettacoli, per proseguire gli studi e, principalmente, per trovarvi, come accade ancora oggi, una qualsiasi sistemazione, un lavoro. La corrispondenza era, per tali motivi, più fitta con Napoli che con Roma. La valuta napoletana, più pregiata, era preferita, nell’ex Ducato, a quella pontificia. I Beneventani, in poche parole, anche se erano sudditi del Papa, si sentivano napoletani e da napoletani agivano, in ogni circostanza.

A seguito dell’annessione del Regno delle Due Sicilie al regno sabaudo, Benevento divenne a tutti gli effetti parte delle Province Napoletane dove venne istituita una nuova Direzione Provinciale. Nel contesto postale, vennero forniti i timbri a doppio cerchio grande di tipologia luogotenenziale ed a “svolazzo” da utilizzarsi come annullatore di francobolli dell’ex Ducato o, in seguito, di quelli emessi per le Province Napoletane. I collezionisti di questa particolare quanto affascinante tipologia ne conoscono bene la difficoltà di reperimento (negli atti della manifestazione filatelica “Benephil ’95” Nicolino Parlapiano diceva in merito: “Tra le impronte è la più rara e ne sono note pochissime. Manca in quasi tutte le collezioni dove sono state raccolte queste impronte, ricercate per la loro bizzarra forma, in tutto il mondo”).

Ho piacere a mostrare il raro svolazzo di Benevento quale annullatore di un 2 grana della I tavola che, peraltro, presenta i caratteristici difetti di incisione che lo collocano alla pos. 97 nel gruppo di sinistra di 100 francobolli.

Al di là del felice ritrovamento, quest’esemplare mi è particolarmente caro riportandomi alla memoria il momento in cui, ancora acerbo nelle cose filateliche, lo sottoposi, per una verifica, all’esperto Mario Merone che sentenziò con un ampio sorriso: “Dove l’hai trovato?!? E’ davvero bello.” Quindi mi fornì i confronti necessari per l’individuazione dell’uso beneventano e da quel momento fu mio Maestro e poi Amico. Ne apprezzai soprattutto quella modestia che è propria di veri esperti, l’onesta intellettuale e, da discepolo, la competenza che, per il comparto Napoli Ducale, può essere annoverato tra i massimi esperti di ogni tempo. Al Maestro dedico con filiale affetto questo articoletto auspicando che di lassù possa esprimere il suo giudizio.

REGNO DI NAPOLI: DIFETTI DI INCISIONE DEL FRANCOBOLLO DA 2 GRANA

III TAVOLA – POSIZIONE 95 DEL GRUPPO DI 100 DI SINISTRA

Prima di descrivere e mostrare i segni caratteristici di questa posizione, trovo utile una breve introduzione per il riconoscimento di francobolli da 2 grana della III tavola rispetto a quelli della I tavola.

Sebbene le tavole fossero state prodotte sotto la direzione di due differenti incisori (Masini per la I mentre De Masa per la III), entrambe presentano il segno segreto corrispondente ad una “A” al di sotto del triangolo inferiore destro. Già Emilio Diena nella sua monografia (“I francobolli del Regno di Napoli e i due provvisori da mezzo tornese del 1860”) aveva descritto il segno segreto presente sui francobolli emessi dall’amministrazione napoletana segnalando le lettere su ciascun valore riconducibili all’iniziale del nome ed il cognome dell’incisore (“G MASINI”). Sono propenso a credere che la presenza del segno segreto anche nella tavola approntata dal De Masa sia stato mantenuto data la casuale corrispondenza dell’iniziale del nome e di parte del cognome con il Masini (Giuseppe Masini e Gaetano De Masa), ipotesi motivata soprattutto dall’assenza della “I” nella seconda tavola del 10 grana, anch’essa prodotta sotto la direzione del De Masa.

Principale caratteristica che invece permette di escludere un esemplare come riconducibile alla I tavola è la maggiore distanza della linea di separazione tra francobollo e francobollo in senso verticale dalla linea di riquadro sia superiore che inferiore. Qualora invece il francobollo in esame non abbia margini tali da permettere la visione delle linee di separazione, altra caratteristica è rappresentata dalla linea di riquadro superiore netta e definita degli esemplari della III tavola

A sinistra 2 grana della I tavola, a destra un esemplare della III tavola. Le frecce indicano i segni caratteristici che contraddistinguono le differenti tavole.


Ulteriore differenza consiste nella presenza di una sottile linea che riquadra i 200 francobolli e riscontrabile in esemplari della III tavola adiacenti al bordo del foglio.

2 grana III tavola posizione 95. Oltre ai segni peculiari della posizione 95, viene indicata la linea di riquadro della composizione della III tavola

Passando alla descrizione dei segni distintivi della posizione 95 del gruppo di 100 di sinistra della III tavola, caratteristica principale è rappresentata dal triangolo inferiore destro incompleto.

2 grana III tavola posizione 95, recto (sinistra) e verso in controluce (destra)


Altri segni distintivi:

  1. Linea inferiore destra del riquadro incompleta.
  2. Presenza della linea di riquadro della composizione di 200 francobolli in basso.
  3. Possibilità della presenza di filigrana “traliccio”, peculiare per esemplari al bordo del foglio.

REGNO DI NAPOLI: DIFETTI DI INCISIONE DEL FRANCOBOLLO DA 2 GRANA

I TAVOLA – POSIZIONE 17 DEL GRUPPO DI 100 DI SINISTRA

A monte del plattaggio di un qualsiasi francobollo, deve essere preventivamente fatto il riconoscimento “generale” del pezzo che si ha davanti così da evitare di riconoscere erroneamente, ad esempio, i difetti di una posizione 16 della I tavola su un 2 grana della III tavola! Nel caso del 2 grana napoletano, quindi, andrebbe sempre prima riconosciuta la tavola che fu utilizzata per la stampa.


Non mi dilungo sulle caratteristiche che contraddistinguono le 3 tavole poiché già ampiamente descritte su tutti i cataloghi filatelici. Invece voglio porre l’attenzione nel caso in cui non si riesca a classificare un 2 grana con immediatezza, caso frequente quando, ad esempio, il francobollo non ha margini abbastanza ampi.

I Tavola – posizione 17

I margini del francobollo riportato sopra, infatti, non permettono di vedere il classico segno della rulletta in basso che contraddistingue la I tavola. Qualora vi troviate in una situazione analoga, semplice “trucco” è vedere la cornice di riquadro superiore: quasi sempre poco netta e spessissimo fusa con il segno della rulletta in alto nei francobolli della I tavola.

I Tavola – posizione 17

Come evidente dalle figure, il “segno” maggiormente evidente della posizione 17 della I tavola è rappresentato dalle diffuse striature verticali a sinistra. Ulteriori segni riscontrabili sono:

  1. Sfumatura verticale del triangolo inferiore sinistro (all’altezza di “OL” di “BOLLO”).
  2. Sfumatura orizzontale del triangolo inferiore sinistro (all’altezza di “O” di “BOLLO”) che, con la precedente, forma una L speculare e capovolta.
  3. Piccola linea di colore verticale al di sotto della “S” di “POSTA”.

Da Il Foglio n. 189

IL CONTROLLO POSTALE A NAPOLI CAPITALE (1802 – 1821)

Nel sistema postale del Regno di Napoli il controllo della tassazione delle lettere rivestiva grandissima importanza, sia per la verifica dell’esatta tariffa da applicare alle corrispondenze in porto dovuto sia per una corretta contabilità nelle officine di posta. Infatti ciò viene documentato dalla grande varietà di timbri utilizzati dai verificatori, di cui alcuni ampiamente documentati e descritti (ad esempio “AGDP” e “Corretta”) ed altri ancora poco conosciuti e, purtroppo, di difficile interpretazione. Peraltro, se si tiene conto della mole di corrispondenza in partenza, transito e arrivo in una grande Capitale quale era la Napoli del tempo, non stupisce la molteplicità e la diversificazione nel corso degli anni dei segni apposti sulle lettere dai controllori.


Caso emblematico i timbri a numero, utilizzati dal 1802 al 1821, di cui si conoscono due tipologie: la prima in uso dal 1802 al 1806 e la seconda dal 1806 al 1821 di dimensioni poco maggiori e di diversa foggia. I bolli prodotti da tali timbri si ritrovano su lettere in arrivo a Napoli apposti con lo scopo di indicare con quale corsa mensile erano giunte. Infatti le cifre progressive dall’1 all’8 rappresentavano ciascuna una corsa di posta e, poiché erano 2 le corse settimanali, tali timbri coprivano le 8 corse mensili. Esemplificativa la lettera che parte da Foggia il 26 Luglio 1812 ed arriva a Napoli con la 7^ corsa ovvero tra il 25 e il 28.


Purtroppo la motivazione dell’adozione di tali timbri non è riportata nei regolamenti postali ma è stato ritrovato solo un riferimento in una comunicazione inviata il 7 Luglio 1812 al ministro delle Finanze dal Direttore Generale delle poste che specifica: “…. Le lettere poi che arrivano in Napoli per mezzo di corrieri ordinari sono marcate con tante cifre diverse, ciascuna indica il giorno in cui la lettera è arrivata nel corso del mese. Questa cifra, quantunque non conosciuta dal pubblico, è però tale che in ogni tempo può dimostrare a questa Direzione Generale, il giorno in cui la lettera è arrivata….”. Quindi si può dedurre che i bolli con numero erano utili all’organizzazione interna dell’amministrazione postale fino a tutto il 1815, anno in cui furono sostituiti con i timbri datari, che riportavano giorno-mese-anno di arrivo. Rimasero però in uso fino al 1821 per indicare, nella maggior parte dei casi, non più la corsa ma, verosimilmente, per attestare un avvenuto controllo dei verificatori in merito alla tassa, come per la lettera spedita da Venezia il 13 Settembre 1816 e giunta a Napoli il 22 Settembre (da bollo datario al verso) con la 6^ corsa di posta e presentante il bollo “7”.


Alquanto inusuale invece l’utilizzo per le lettere in partenza da Napoli perché in questo caso la numerazione progressiva non contrassegna la corsa di posta ma, verosimilmente, indica l’avvenuto controllo della tassa anche antecedentemente all’introduzione dei timbri datari a fine 1815 come documenta la lettera, spedita da Napoli il 10 Giugno 1812 diretta a Torre del Greco, su cui venne apposto per controllo, eccezionalmente, il bollo a numero “1” in combinazione con il bollo a lettera “L” in rombo.


Un’ipotesi plausibile dell’utilizzo in partenza da Napoli potrebbe essere riconducibile all’istituzione nel 1806 (D. n. 95 del 24 giugno 1806), periodo francese, della “Picciola Posta” di Napoli che, prendendo a modello l’organizzazione postale metropolitana parigina, stabiliva la consegna quotidiana della posta all’interno della città e tra la città ed alcune località vicine. Per un servizio maggiormente efficiente vennero, inoltre, istituiti 6 uffici postali metropolitani così che in ciascuno confluisse la corrispondenza dei quartieri limitrofi. Rientra in questa casistica la lettera spedita dall’Ufficio Centrale di S. Giacomo (precisamente dal quartiere Monteoliveto come da manoscritto all’interno) e diretta a Torre del Greco, ovvero località di seconda distanza compresa nella “Picciola Posta”. E’ verosimile che solo tali uffici utilizzassero i timbri a numero per attestare l’avvenuto controllo della corrispondenza non inoltrata dall’ufficio centrale di Napoli e quindi velocizzare lo smistamento.


Sicuramente una maggiore disponibilità di oggetti postali del periodo potrebbe risolvere molti se non tutti i dubbi sull’utilizzo di questi interessanti timbri per cui auspicabile un confronto tra i collezionisti che si occupano di questo particolare settore.

Il bollo napoletano “CORRETTA” in periodo prefilatelico

Lettere maldirette

Nel Regno di Napoli, fin da quando l’accesso al servizio postale era stato ampliato sempre di più a privati per favorire le comunicazioni ed in seguito all’emanazione dei primi regolamenti da parte dell’amministrazione postale napoletana, ha sempre avuto rilevante importanza il controllo della corretta tassazione da applicare alla corrispondenza. Prova di ciò è data dal reperimento di documenti risalenti alla fine del XVIII secolo in cui il segno manoscritto di tassazione veniva rettificato (in genere cassando con segni orizzontali la somma da modificare ed apponendo la corretta tassazione) e che recavano impressi il bollo “CORRETTA”, indicante appunto l’ufficialità della rettifica eseguita da un impiegato adibito a tale compito.

1840 – Lettera spedita da Bari a Napoli, tassata per 7 grana ed in seguito corretta in 9 grana
Lettera del 1821 da Bari a Napoli. La tassa è stata rettificata da 10 ad 11 grana

Di questo bollo se ne conoscono una moltitudine di tipi e sottotipi (Vollmeier, nella sua opera “Storia postale del Regno di Napoli, dalle origini all’introduzione del francobollo”, ne classifica ben 25 differenti!), sicuramente contrassegnando il massivo utilizzo che ha avuto.

Sebbene il bollo “CORRETTA” sia maggiormente conosciuto su pieghi con tassazione rettificata, era adoperato anche per identificare quella corrispondenza il cui instradamento, per diversi motivi, era stato erroneamente eseguito. Tali pieghi venivano indicati come maldiretti, ossia lettere di cui si rettificava l’invio. Il regolamento in tali casi indicava che dovesse essere apposto sia il “CORRETTA” che il bollo con data del re-indirizzamento. Non so dire con certezza se sia più difficile reperire corrispondenza con l’uso del “CORRETTA” per lettere maldirette ma, durante le mie ricerche, ho trovato sia maggiormente infrequente rispetto a trovarlo su pieghi erroneamente tassati.

1830 – Piego spedito da Palermo a Napoli. Il bollo “CORRETTA” venne utilizzato per indicare un erroneo instradamento in partenza e fu impresso per sbaglio sul segno di tassazione, come si evince dalla ripetizione del segno manoscritto di tassazione (10 grana)
Lettera del 1844 da Mesagne a Napoli (4 novembre), rispedita il giorno seguente a Portici. Insieme al bollo “CORRETTA” venne utilizzato il bollo a croce “CASSA CIFRA” sia al recto che al verso. Presenti 2 bolli differenti di Napoli.
Lettera del 1843 da Roma a Caprara in Abruzzo. Transitò ben 3 volte per Napoli, come documentato dai bolli datari al verso, ad indicare l’errato instradamento.

Ad ogni modo, il riconoscimento del differente utilizzo è facile ed immediato. Fattore discriminante è sicuramente dato dalla concomitanza dei segni di cassazione della tassa e dalla posizione del bollo sull’errata tassazione: in tal caso il controllore postale voleva chiaramente indicare che, alla consegna, sarebbe stata riscossa la nuova somma indicata. Invece, la presenza di un solo segno di tassa, insieme con l’apposizione di bolli con datario differente al verso, indica chiaramente un erroneo instradamento. 

Da “Il Foglio” n. 195

UN COMMITTENTE SCONTENTO MA…SODDISFATTO

Mi è stata sottoposta per la perizia la serie dei segnatasse emessi tra il 1955 ed il 1981 (Sassone nn. 111-120) con la richiesta di certificazione per l’esemplare chiave 8L. lilla.

Purtroppo per il cliente, l’esemplare da certificare è risultato NON GENUINO in quanto RIFODERATO ovvero sostituito un sottile strato cartaceo retrostante originale filigrana ruota con altro a filigrana stelle 1° tipo recuperato da francobollo di basso valore commerciale. Così un francobollo di nessun interesse si è trasformato in appetibile moltiplicando per cinquanta e più il valore venale.


Ad occhio nudo l’esemplare non appare manipolato perché il falsario è riuscito ad effettuare la sovrapposizione avendo avuto cura di reperire uno strato cartaceo filigrana stelle 1° tipo, coevo all’emissione della serie, e con dentellatura rispondente a quella dell’esemplare da manipolare. Il trucco, abilmente eseguito, poteva facilmente trarre in inganno un occhio inesperto e sfuggire ad una veloce disamina specie in particolari condizioni ambientali e di luminosità (convegni, mercatini, ecc.) ma quasi impossibile eludere un’analisi strumentale che in quanto tale non è influenzabile.

Ringrazio il proprietario dell’esemplare, scontento per l’acquisto ma soddisfatto per la perizia che gli consentirà il recupero del danno economico, per avere acconsentito alla pubblicazione così da salvaguardare altri collezionisti che potrebbero incappare nello stesso trucco. Difatti, il trucco spesso si riscontra per il L. 1000 “cavallino” della serie pacchi filigrana ruota che viene sostituita ad esemplare con filigrana stelle di ben più modesto valore commerciale.

FILATELIA & TECNOLOGIA

Opere monumentali del passato, da cui è impossibile prescindere se si vuole approfondire lo studio di alcuni francobolli, e scritti più o meno moderni, che hanno aggiunto tasselli risolutivi per dubbi ed incertezze, risultano manifestamente viziati da un naturale “peccato originale” ovvero l’assenza quasi totale di oggettività scientifica derivante dall’indisponibilità di strumenti tecnolo-gici idonei. Basti pensare a come oggi una riproduzione ad alta risoluzione e con particolari grafi-camente evidenziati possa fornire al collezionista, anche in fase di acquisizione, la certezza identi-ficativa dell’oggetto. In tale ottica propongo la pubblicazione di “schede” che presentino con testi dettagliati, sulla scia degli studi fino ad oggi pubblicati, supporti grafici di evidenza immediata.

REGNO DI NAPOLI: DIFETTI DI INCISIONE DEL FRANCOBOLLO DA 2 GRANA

Perché “Regno di Napoli”? Forse perché la materia si presenta particolarmente idonea, forse perché affascinato dallo studio di E. Diena, forse per spirito campanilistico oppure, più probabil-mente, per tutte queste motivazioni. Comunque sia, eccomi a proporre una prima scheda sui “difetti di incisione del francobollo da 2 grana” con un propedeutico cenno, considerando fondamentale la genesi tecnica, sulla preparazione delle tavole per la stampa calcografica dei francobolli.


In calcografia il disegno che si vuol riprodurre sul francobollo viene eseguito a mezzo incisione su acciaio morbido così da ottenere il conio che, una volta temprato, consente di ottenere, tramite pressione, il calco in positivo su cilindro di acciaio morbido. Il cilindro, a sua volta temprato, costituisce la matrice da cui riprodurre la tavola che servirà per la stampa.


Purtroppo nella fattispecie, essendo sul cilindro riprodotto un solo francobollo, si doveva ne-cessariamente procedere al riporto per rotazione manuale del cilindro stesso tante volte quanti erano gli esemplari da riprodurre sulla tavola (200 francobolli in 2 gruppi di 10×10) che sarebbe servita per la stampa dell’intero foglio. Siffatta metodologia portava ad una serie di “disfunzioni”: capitava che l’impressione di ciascun calco sulla tavola risultasse imprecisa in termini di allinea-mento così da generare incisioni multiple per “ripasso” del cilindro, come nei francobolli da 5 grana della 1^ Tav., oppure che la pressione non costante producesse esemplari meno inchiostrati. Possi-bile anche che il cilindro, slittando maggiormente in alcuni punti oppure perché vi si aderisse un pezzetto d’acciaio, producesse qualche incisione “indesiderata”. Disfunzioni e accidenti sicura-mente interessanti dal momento che hanno prodotto, in fase di stampa, francobolli mai uguali pur nella stessa tavola così che, mentre per la maggior parte è possibile stabilire solo l’appartenenza al gruppo di sinistra o destra, per alcuni si può determinare l’esatta posizione che avevano nel foglio (il cosiddetto plattaggio).


Il lettore potrà dunque ben comprendere che i segni, peculiari di ciascun francobollo, non sono riconducibili a varietà né tanto meno si può parlare di posizioni rare o comuni poiché, per ogni tavola, tali segni sono stati tutti e sempre ripetuti su ciascun foglio stampato.


Purtroppo, benché il 2 grana sia un francobollo comunissimo, noto spesso che la pseudo-rarità delle posizioni ne fa lievitare la quotazione come se alcune fossero di maggiore rarità perché og-gettivamente presenti in minore numero.

I TAVOLA – POSIZIONE 16 DEL GRUPPO DI 100 DI SINISTRA

Sono diversi i segni che contraddistinguono questa posizione. Tra quelli maggiormente evidenti:

  1. Triangolo inferiore sinistro ripetuto più in alto.
  2. Triangolo inferiore destro anch’esso ripetuto più in alto, ma più debole rispetto a quello di sinistra.
  3. Fievoli linee verticali che partono dal triangolo superiore destro fino alla “O” di “NAPO-LETANA”.
  4. Striature di colore subito adiacenti alla linea di riquadro verticale di sinistra.
  5. Riga di colore al di sotto del triangolo superiore sinistro.

Sebbene sia una delle posizioni in cui molto evidenti sono i difetti di incisione, differenti tinte e maggiore usura della tavola “mascherano” alcuni segni invece che altri. Anche in tal caso il collezionista potrà facilmente riconoscere tale posizione attraverso l’individuazione dei segni indicati con i numeri 1 e 4, poiché sempre presenti nella posizione “16”. Sicuramente il motivo di tali difetti è spiegabile nel non corretto allineamento della primaria incisione rispetto alle incisioni adiacenti: l’operatore, accortosi dell’errore, ha grattato via dalla tavola i solchi (non completamente) per poi effettuare un altro riporto, questa volta maggiormente allineato verticalmente.

da “Il Foglio n. 188”