FOGLI E GRAMMI

MISURE POSTALI DIVERSE NELL’ITALIA PREUNITARIA 

 Chi si occupa di studiare tariffe e tassazioni in periodo prefilatelico sovente si ritrova con il non semplice problema di dover ricostruire la tariffa di una missiva che transitava per uno o più stati prima di arrivare a destinazione. Convenzioni postali non sempre di facile reperimento, conversione di valute e ricostruzione del percorso rappresentano le affascinanti sfide che il buon collezionista si prefigge di superare prima di inserire un oggetto in collezione. 

Variabile aggiuntiva è rappresentata dal Regno delle Due Sicilie che, a differenza degli altri stati preunitari, adottava il sistema di tassazione della corrispondenza in ragione del volume quantificato come numero di fogli invece di basarsi sul peso. Tale differenza ha creato qualche grattacapo non solo ai vari collezionisti del settore ma soprattutto a chi all’epoca doveva spedire o ricevere corrispondenza e, non per ultimo, alla stessa Amministrazione Postale napoletana. 

Mi è stato mostrato da un Amico (che ringrazio sentitamente per avermene permesso la pubblicazione su questa rivista) questo piego, datato 16 febbraio 1827, a causa del particolare metodo che è stato eseguito dal mittente per piegare il foglio in modo che apparisse come una busta. 

Recto
Verso

Ho inizialmente tentato di decifrare i segni postali della particolare lettera: la “busta”, spedita dal Lombardo Veneto (bollo nero in cartella di Milano sul fronte) ha transitato per l’intera penisola fino a giungere a Napoli; lì venne apposto il bollo datario su 2 righe del 3 marzo, il bollo ovale AGDP (Amministrazione Generale Delle Poste) e venne indicata la tassa che sarebbe stata versata a favore dell’Amministrazione Postale napoletana per lettere di 1 foglio con provenienza da Stati della penisola italiana (15 grana). 

Giunta a Palermo, venne impresso un altro bollo datario che si intravede sulla chiusura della lettera ed inoltre il bollo circolare MSG / AMM (Marchese San Giacinto / Amministrazione) che, come l’AGDP napoletano, contrassegnava l’avvenuta tassazione da parte di un ufficiale postale. Arrivata in Sicilia, vennero chiesti al destinatario 24 grana, somma della tassazione napoletana e di quella siciliana. 

 Leggendo con attenzione il contenuto, mi sono soffermato su un’interessante indicazione che documenta perfettamente la discrepanza di misure postali. Il mittente, infatti, tiene a scrivere: “…vi prego di scrivere con carta fina la vostra lettera mi tocca pagarvi l’importo doppio perché qui si pesano…” ricordando all’amico l’utilizzo di carta leggera per scrivere la risposta a questa missiva così da non dover pagare molto alla ricezione. 

In effetti, viene da sé che i fruitori del servizio postale napoletani non prestavano attenzione al peso della carta proprio perché non avevano la necessità di corrispondere una tassa in base al peso. Ma, all’epoca, tale differenza mise in difficoltà le varie Amministrazioni postali ed 

in particolar modo, quella napoletana che doveva corrispondere agli stati di transito una somma calcolata in ragione del peso delle lettere. 

Proprio per tal motivo, nel 1820 fu emesso un apposito decreto che aumentava la tassa per lettere che provenivano dall’estero (la tariffa per lettere di un foglio passò da 10 a 15 grana). Riporto parte del Decreto del 24 aprile 1820 in cui si sottolinea la motivazione dell’aumento tariffario: 

[omissis] 

Considerando che coll’esperienza di quasi due anni si è costantemente osservato che l’applicazione della tassa ordinata col citato descritto articolo (cfr. Decreto 30 giugno 1818) alle lettere di varie dimensioni di alcune delle accennate provegnenze non dà il pieno delle somme che a ragion di peso sulle lettere in massa pagansi dell’amministrazione generale delle poste, per mezzo del Governo pontificio, alle poste austriache; poiché la carta di cui si fa uso per la corrispondenza in alcuni Stati esteri, essendo di un peso maggiore di quello che ha la carta degli altri Stati, la ripartizione della tassa ad oncia sulle lettere di dimensione non si trova in proporzione dell’effettivo peso delle stesse. 

Considerando che per ovviarsi nel tratto successivo all’immancabile perdita che per effetto della cennata tariffa l’amministrazione delle poste soffre, sia indispensabile la rettifica di una parte della tariffa medesima; 

[omissis] 

Tale differenza di misure postali si protrasse anche dopo l’unificazione degli stati della penisola italica per poi scomparire dal 1°gennaio 1863.

Da Il Foglio n. 195

REGNO D’ITALIA – PROVINCE NAPOLETANE 1862 UNA INTRICATA QUESTIONE TARIFFARIA

La necessità per il conquistatore d’imporre la propria legislazione presentandola come continuità del passato genera per propria natura ambiguità e contraddizioni, a volte sottili, a volte eclatanti, fino all’assurdità.

Con tale premessa sullo sfondo di un regno conquistato ma poco incline all’accettazione del nuovo ordinamento, possono spiegarsi anche alcune problematiche postali altrimenti di impossibile soluzione. I cambi tariffari producono quasi sempre interessanti oggetti postali ma, soprattutto, quando le nuove disposizioni sono enunciate così da lasciare spazio per interpretazioni diversificate o comunque tali da produrre incertezza non solo agli utenti quanto agli stessi addetti preposti al controllo della corretta applicazione.

Caso emblematico la situazione postale delle Province Napoletane nel periodo di unificazione monetaria al Regno d’Italia. Come riportato nel “Bullettino Postale” n. 8 dell’agosto 1862, i francobolli per le Province Napoletane con valore in moneta borbonica, in uso dal marzo del 1861 (decreto luogotenenziale n. 155 del 6 gennaio 1861 a firma gen. Farini), vengono posti fuori corso con decorrenza 1 ottobre 1862 e contestualmente introdotti, per l’affrancatura delle lettere, i francobolli in lira italiana. La disposizione che riporta il cambio dei “vecchi” francobolli in grana, già dal 15 settembre dello stesso anno e ne allunga la validità fino al 15 ottobre, risulta nel contenuto, come scrive Alfredo E. Fiecchi (1), inesatta e contraddittoria.
Il predetto decreto in merito all’equivalenza moneta borbonica / italiana per il cambio dei francobolli in tornesi e grana dispone:
½ tornese = 1 centesimo;
½ grano = 2 centesimi;
1 grano = 5 centesimi;
2 grana = 10 centesimi;
5 grana = 20 centesimi;
10 grana = 40 centesimi;
20 grana = 80 centesimi;
50 grana = 10 francobolli da 20 centesimi oppure 5 da 40 centesimi.

Mentre gli addetti postali devono districarsi con la nuova valuta, si aggiunge l’ambiguità del regolamento in merito alla tariffa da applicarsi. Infatti, la tariffazione delle lettere rimane quella regolamentata dall’antecedente normativa (decreto luogotenenziale n. 156 del il 6 gennaio 1861 a firma dello stesso Farini) che dispone

Tutte le tariffe sancite dalle leggi e decreti predetti saranno in vigore dall’epoca suddetta in queste province, colla sola differenza che la tassa da un luogo ad altro delle province napoletane è mantenuta conforme all’ ultima tariffa”,

aggiungendo immediatamente dopo

cioè in moneta napoletana di grana due per ogni porto semplice, qualora la lettera sia preventivamente affrancata, e di grana tre quando la tassa sia pagabile dal destinatario”.

L’ultima tariffa cui fa riferimento il predetto decreto é quella disposta da Ferdinando II di Borbone il 5 luglio 1857 (confermata con il RD del 28 settembre 1857 ed entrata in vigore il 1 gennaio 1858, data anche d’introduzione dei primi francobolli nei Domini al di qua del Faro), per la quale i porti delle lettere sono da conteggiarsi in base al numero di fogli per missive fino a 2 fogli, ed in base al peso se superiori a 2 fogli. Evidente la contraddizione in riferimento al “porto” che non si comprende se da individuarsi secondo il sistema sardo-italiano in base a scaglioni di peso oppure secondo il sistema borbonico del numero di fogli.

Documentano la ambivalente interpretazione due pieghi spediti nel dicembre 1862, inviati da Napoli, diretti all’interno delle Province Napoletane e non assoggettati a tassazione dal preposto ufficiale postale.

Il primo, con partenza l’11 dicembre, viene affrancato per 20 centesimi e, sebbene il manoscritto interno ci confermi che conteneva un documento allegato (da testo interno: “… mi si è voluto far firmare l’atto, che v’incarto, …”), non ci è dato di sapere se la missiva fosse composta di 1 foglio e mezzo oppure 2 fogli.

In base al calcolo della tariffa, 20 centesimi corrispondevano sicuramente a 2 porti… ma il mezzo foglio è una frazione di porto oppure un porto intero se conteggiato in aggiunta porto semplice?

Il secondo, inoltrato il 27 dicembre 1862, é affrancato per 15 centesimi ed anche questo contenente un allegato (da testo interno: “… con la discussione della vendita del fondo per tutto l’anno 1862 …”) quindi superiore al porto semplice e dunque evidente l’applicazione, interpretando alla lettera la disposizione in corso, della vecchia tariffa di 3 grana per lettere da 1 foglio e mezzo. Quest’ultimo piego ci fornisce la certezza sulla missiva riprodotta in precedenza (affrancata per 20 centesimi), che doveva essere di 2 fogli corrispondenti ad un effettivo doppio porto.
La tariffa da 15 centesimi nel periodo ottobre – dicembre 1862 non viene riportata da alcun catalogo e, fino a poco tempo fa, le lettere affrancate con tale tariffa considerate genericamente come una sorta di anticipazione della tariffa vigente dal 1 gennaio 1863 con la contestuale emissione del francobollo da 15 centesimi. Solo Franco Filanci nel 1990, la riporta, fra l’altro definendola “… Un’anomalia tra le più notevoli di questo periodo iniziale, che però nessuno mi risulta abbia finora segnalato …”. Sono certo che se analizzati in tale ottica i documenti finora accantonati e i nuovi ritrovamenti potranno acquisire valore di non scarsa importanza per documentare un periodo storico, oltre che storico postale, di grandissimo interesse per lo studioso e il collezionista.

NOTE:
(1) A. FIECCHI: in Filatelia n. 1 pag. 19: “E’ raro, anzi rarissimo, rintracciare, nell’epoca in cui fu redatta la disposizione di servizio, prosa più inesatta e contraddicente”
(2) F. FILANCI: in “Memorie dell’Accademia Italiana di Studi Filatelici e Numismatici” vol. IV fs. 2

Da “La Soffitta” n. 70

Il bollo napoletano “CORRETTA” in periodo prefilatelico

Lettere maldirette

Nel Regno di Napoli, fin da quando l’accesso al servizio postale era stato ampliato sempre di più a privati per favorire le comunicazioni ed in seguito all’emanazione dei primi regolamenti da parte dell’amministrazione postale napoletana, ha sempre avuto rilevante importanza il controllo della corretta tassazione da applicare alla corrispondenza. Prova di ciò è data dal reperimento di documenti risalenti alla fine del XVIII secolo in cui il segno manoscritto di tassazione veniva rettificato (in genere cassando con segni orizzontali la somma da modificare ed apponendo la corretta tassazione) e che recavano impressi il bollo “CORRETTA”, indicante appunto l’ufficialità della rettifica eseguita da un impiegato adibito a tale compito.

1840 – Lettera spedita da Bari a Napoli, tassata per 7 grana ed in seguito corretta in 9 grana
Lettera del 1821 da Bari a Napoli. La tassa è stata rettificata da 10 ad 11 grana

Di questo bollo se ne conoscono una moltitudine di tipi e sottotipi (Vollmeier, nella sua opera “Storia postale del Regno di Napoli, dalle origini all’introduzione del francobollo”, ne classifica ben 25 differenti!), sicuramente contrassegnando il massivo utilizzo che ha avuto.

Sebbene il bollo “CORRETTA” sia maggiormente conosciuto su pieghi con tassazione rettificata, era adoperato anche per identificare quella corrispondenza il cui instradamento, per diversi motivi, era stato erroneamente eseguito. Tali pieghi venivano indicati come maldiretti, ossia lettere di cui si rettificava l’invio. Il regolamento in tali casi indicava che dovesse essere apposto sia il “CORRETTA” che il bollo con data del re-indirizzamento. Non so dire con certezza se sia più difficile reperire corrispondenza con l’uso del “CORRETTA” per lettere maldirette ma, durante le mie ricerche, ho trovato sia maggiormente infrequente rispetto a trovarlo su pieghi erroneamente tassati.

1830 – Piego spedito da Palermo a Napoli. Il bollo “CORRETTA” venne utilizzato per indicare un erroneo instradamento in partenza e fu impresso per sbaglio sul segno di tassazione, come si evince dalla ripetizione del segno manoscritto di tassazione (10 grana)
Lettera del 1844 da Mesagne a Napoli (4 novembre), rispedita il giorno seguente a Portici. Insieme al bollo “CORRETTA” venne utilizzato il bollo a croce “CASSA CIFRA” sia al recto che al verso. Presenti 2 bolli differenti di Napoli.
Lettera del 1843 da Roma a Caprara in Abruzzo. Transitò ben 3 volte per Napoli, come documentato dai bolli datari al verso, ad indicare l’errato instradamento.

Ad ogni modo, il riconoscimento del differente utilizzo è facile ed immediato. Fattore discriminante è sicuramente dato dalla concomitanza dei segni di cassazione della tassa e dalla posizione del bollo sull’errata tassazione: in tal caso il controllore postale voleva chiaramente indicare che, alla consegna, sarebbe stata riscossa la nuova somma indicata. Invece, la presenza di un solo segno di tassa, insieme con l’apposizione di bolli con datario differente al verso, indica chiaramente un erroneo instradamento. 

Da “Il Foglio” n. 195