Regno d’Italia – Province Napoletane 1862: Una intricata questione tariffaria
Analisi storico-postale sulle affrancature in transizione monetaria
La necessità per il conquistatore d’imporre la propria legislazione presentandola come continuità del passato genera per propria natura ambiguità e contraddizioni, a volte sottili, a volte eclatanti, fino all’assurdità.
Con tale premessa sullo sfondo di un regno conquistato ma poco incline all’accettazione del nuovo ordinamento, possono spiegarsi anche alcune problematiche postali altrimenti di impossibile soluzione. I cambi tariffari producono quasi sempre interessanti oggetti postali, soprattutto quando le nuove disposizioni sono enunciate in modo tale da lasciare spazio per interpretazioni diversificate, producendo incertezza non solo negli utenti quanto negli stessi addetti preposti al controllo della corretta applicazione.
Caso emblematico è rappresentato dalla situazione postale delle Province Napoletane nel periodo di unificazione monetaria al Regno d’Italia. Come riportato nel “Bullettino Postale” n. 8 dell’agosto 1862, i francobolli per le Province Napoletane con valore in moneta borbonica, in uso dal marzo del 1861 (decreto luogotenenziale n. 155 del 6 gennaio 1861 a firma del gen. Farini), vengono posti fuori corso con decorrenza 1 ottobre 1862; contestualmente vengono introdotti, per l’affrancatura delle lettere, i francobolli in lira italiana. La disposizione che riporta il cambio dei “vecchi” francobolli in grana, già dal 15 settembre dello stesso anno, e ne allunga la validità fino al 15 ottobre, risulta nel contenuto — come scrive Alfredo E. Fiecchi (1) — inesatta e contraddittoria.
Equivalenze disposte per il cambio (Moneta Borbonica / Italiana):
| ½ tornese | 1 centesimo |
| ½ grano | 2 centesimi |
| 1 grano | 5 centesimi |
| 2 grana | 10 centesimi |
| 5 grana | 20 centesimi |
| 10 grana | 40 centesimi |
| 20 grana | 80 centesimi |
| 50 grana | 10 francobolli da 20c oppure 5 da 40c |
Mentre gli addetti postali devono districarsi con la nuova valuta, si aggiunge l’ambiguità del regolamento in merito alla tariffa da applicarsi. Infatti, la tariffazione delle lettere rimane quella regolamentata dall’antecedente normativa (decreto luogotenenziale n. 156 del 6 gennaio 1861 a firma dello stesso Farini) che dispone:
«Tutte le tariffe sancite dalle leggi e decreti predetti saranno in vigore dall’epoca suddetta in queste province, colla sola differenza che la tassa da un luogo ad altro delle province napoletane è mantenuta conforme all’ultima tariffa»
aggiungendo immediatamente dopo:
«cioè in moneta napoletana di grana due per ogni porto semplice, qualora la lettera sia preventivamente affrancata, e di grana tre quando la tassa sia pagabile dal destinatario»
L’ultima tariffa cui fa riferimento il predetto decreto è quella disposta da Ferdinando II di Borbone il 5 luglio 1857 (confermata con il RD del 28 settembre 1857 ed entrata in vigore il 1 gennaio 1858, data anche d’introduzione dei primi francobolli nei Domini al di qua del Faro), per la quale i porti delle lettere sono da conteggiarsi in base al numero di fogli per missive fino a 2 fogli, ed in base al peso se superiori a 2 fogli. Evidente la contraddizione in riferimento al “porto” che non si comprende se sia da individuarsi secondo il sistema sardo-italiano in base a scaglioni di peso oppure secondo il sistema borbonico del numero di fogli.
Esame dei documenti empirici: Dicembre 1862
Documentano la ambivalente interpretazione due pieghi spediti nel dicembre 1862, inviati da Napoli, diretti all’interno delle Province Napoletane e regolarmente non assoggettati a tassazione dal preposto ufficiale postale.
Il primo piego (Fig. 1), con partenza l’11 dicembre, viene affrancato per 20 centesimi. Sebbene il manoscritto interno confermi la presenza di un documento allegato (“… mi si è voluto far firmare l’atto, che v’incarto, …”), non ci è dato sapere se la missiva fosse composta di 1 foglio e mezzo oppure di 2 fogli.
In base al calcolo della tariffa, 20 centesimi corrispondevano sicuramente a 2 porti… ma il mezzo foglio è da intendersi come una frazione di porto oppure un porto intero se conteggiato in aggiunta al porto semplice?

Fig. 1: Piego dell’11 dicembre 1862 affrancato per 20 centesimi (Doppio Porto).
Il secondo piego (Fig. 2), inoltrato il 27 dicembre 1862, è affrancato per 15 centesimi ed anch’esso conteneva un allegato (“… con la discussione della vendita del fondo per tutto l’anno 1862 …”).
Essendo superiore al porto semplice, è evidente l’applicazione — interpretando alla lettera la disposizione in corso — della vecchia tariffa borbonica di 3 grana per lettere da 1 foglio e mezzo. Quest’ultimo piego ci fornisce la certezza sulla missiva riprodotta in precedenza (affrancata per 20 centesimi), che doveva essere necessariamente di 2 fogli corrispondenti ad un effettivo doppio porto sardo-italiano.

Fig. 2: L’eccezionale affrancatura da 15 centesimi del 27 dicembre 1862.
La tariffa da 15 centesimi nel periodo ottobre – dicembre 1862 non viene riportata dai cataloghi tradizionali. Fino a poco tempo fa, le lettere affrancate con tale tariffa venivano considerate genericamente come una sorta di anticipazione della tariffa che entrò in vigore dal 1 gennaio 1863, concomitante all’emissione del francobollo da 15 centesimi litografico.
Solo Franco Filanci nel 1990 (2) la riporta esplicitamente, definendola: “… Un’anomalia tra le più notevoli di questo periodo iniziale, che però nessuno mi risulta abbia finora segnalato …”.
Sono certo che, se analizzati in tale ottica, i documenti finora accantonati e i nuovi futuri ritrovamenti potranno acquisire un valore di non scarsa importanza per documentare un periodo storico, oltre che storico-postale, di grandissimo interesse per lo studioso ed il collezionista specializzato.
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