Pasquale Borrelli Perito Filatelico

Storia Postale • Prefilatelia
Febbraio 2021

Fogli e Grammi

Misure postali diverse nell’Italia preunitaria — di Pasquale Borrelli


Chi si occupa di studiare tariffe e tassazioni in periodo prefilatelico sovente si ritrova di fronte al complesso problema di dover ricostruire la corretta tariffa di una missiva che transitava per uno o più Stati prima di giungere a destinazione. La ricerca di convenzioni postali d’epoca di difficile reperimento, la conversione di valute differenti e la ricostruzione filologica del percorso rappresentano le affascinanti sfide che il collezionista specializzato si prefigge di superare prima di inserire un oggetto storico nella propria collezione.

Una variabile aggiuntiva di grande rilievo era rappresentata dal Regno delle Due Sicilie il quale, a differenza degli altri Stati preunitari della penisola, adottava storicamente il sistema di tassazione della corrispondenza in ragione del volume — quantificato strettamente come numero di fogli — invece di basarsi sul peso in grammi o once. Tale divergenza metodologica ha creato non pochi grattacapi non solo ai moderni collezionisti del settore, ma soprattutto a chi, all’epoca, doveva spedire o ricevere corrispondenza interstatale e, non da ultimo, alla stessa Amministrazione Postale napoletana.

Grazie alla cortesia di un caro Amico, che ringrazio sentitamente per avermi permesso la pubblicazione su questa rivista, ho la possibilità di esaminare un piego, datato 16 febbraio 1827, straordinario sia per il suo percorso sia per il particolare metodo eseguito dal mittente per piegare il foglio affinché simulasse una vera e propria busta.

Esame Marcofilo e Instradamento (Piego del 1827)

L’analisi dei segni postali impressi su questa particolare lettera consente di ricostruirne il lungo transito: la missiva, spedita dal Regno Lombardo-Veneto (evidenziata dal bollo nero in cartella di Milano sul fronte), ha attraversato l’intera penisola fino a giungere a Napoli.

Presso l’officina di Napoli vennero apposti il bollo datario su due righe del 3 marzo e il caratteristico bollo ovale AGDP (Amministrazione Generale Delle Poste). In questa fase fu tracciata la tassa dovuta a favore dell’amministrazione napoletana per le lettere di un singolo foglio provenienti dagli Stati della penisola italiana, pari a 15 grana.

Giunta infine a Palermo, come documentato dal secondo datario impresso sulla chiusura al verso e dal bollo circolare MSG / AMM (Marchese San Giacinto / Amministrazione), l’avvenuta tassazione fu definitivamente registrata dall’ufficiale postale siciliano. Al destinatario vennero richiesti complessivamente 24 grana, somma risultante dal computo della tassazione napoletana combinata a quella interna siciliana.

Piego prefilatelico 1827 recto
Fig. 1: Il fronte (Recto) della lettera con i bolli di Milano, Napoli AGDP e tassazione.
Piego prefilatelico 1827 verso
Fig. 2: Il retro (Verso) recante i bolli datari di arrivo a Palermo e MSG/AMM.

Analizzando con attenzione il contenuto interno del piego, emerge un’interessante annotazione manoscritta che documenta perfettamente l’impatto pratico della discrepanza delle diverse misure postali. Il mittente ci tiene a sottolineare testualmente:

Dettaglio testo manoscritto carta fina
Fig. 3: Macro del testo interno recante la raccomandazione del mittente.

«…vi prego di scrivere con carta fina la vostra lettera mi tocca pagarvi l’importo doppio perché qui si pesano…»

L’esortazione rivolta all’amico napoletano sull’utilizzo di una carta estremamente leggera per la missiva di risposta rispondeva alla necessità di evitare un aggravio tariffario alla ricezione nel proprio Stato di residenza.

In effetti, i fruitori del servizio postale all’interno del Regno delle Due Sicilie non prestavano alcuna attenzione al peso specifico della carta, poiché la loro normativa non prevedeva penalizzazioni sul peso. Tuttavia, tale asimmetria logistica metteva in forte difficoltà l’Amministrazione Postale napoletana, la quale era tenuta a corrispondere agli Stati esteri di transito somme calcolate esclusivamente in ragione del peso complessivo delle lettere in massa.

La rettifica tariffaria: Il Decreto del 24 aprile 1820

Proprio per compensare le perdite contabili derivanti da questo squilibrio, nel 1820 l’amministrazione borbonica emanò un apposito decreto volto ad incrementare la tassa sulle lettere provenienti dall’estero, portando ad esempio la tariffa per le missive a foglio singolo da 10 a 15 grana. Risulta particolarmente esplicativo un estratto del **Decreto del 24 aprile 1820** che chiarisce la genesi del provvedimento:

«Considerando che coll’esperienza di quasi due anni si è costantemente osservato che l’applicazione della tassa ordinata col citato descritto articolo (Decreto 30 giugno 1818) alle lettere di varie dimensioni di alcune delle accennate provegnenze non dà il pieno delle somme che a ragion di peso sulle lettere in massa pagansi dell’amministrazione generale delle poste, per mezzo del Governo pontificio, alle poste austriache; poiché la carta di cui si fa uso per la corrispondenza in alcuni Stati esteri, essendo di un peso maggiore di quello che ha la carta degli altri Stati, la ripartizione della tassa ad oncia sulle lettere di dimensione non si trova in proporzione dell’effettivo peso delle stesse.

Considerando che per ovviarsi nel tratto successivo all’immancabile perdita che per effetto della cennata tariffa l’amministrazione delle poste soffre, sia indispensabile la rettifica di una parte della tariffa medesima;»

Questa marcata differenza di standard normativi tra fogli e grammi continuò a persistere anche durante i primi anni dell’unificazione della penisola nelle Province Napoletane, per poi cessare definitivamente a partire dal 1° gennaio 1863 con l’entrata in vigore della riforma postale unitaria.

Pubblicato originariamente su: “Il Foglio n. 195”
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